Sotto paga! Non si paga!
Di Dario Fo
Regia di Dario Fo
Cast : Marina Massironi, Antonio Catania, Marina De Juli, Renato Marchetti, Sergio Valastro.
Produzioni Cherestani.
Genere : Commedia in due atti
Durata : 120 minuti
Teatro G.B. Pergolesi
Sabato 05 febbraio ore 21.00
Depositario dell’amarezza del tempo in cui fu concepito, lo spettacolo ideato e diretto da Dario Fo torna in tournée, mettendo in dialogo il testo del passato con il presente e rivelando evidenti ed inattese affinità con l’attuale situazione economica del nostro paese.
TRAMA :
Raccontavamo di donne che nella periferia di Milano, andando a fare la spesa, si ritrovavano con i costi aumentati a dismisura e, furenti, decidevano di pagare metà prezzo rispetto alla cifra imposta. Quando debuttammo nel 1974, la storia di questa commedia appariva piuttosto surreale: infatti raccontavamo di avvenimenti che non erano ancora accaduti. In sala il pubblico ascoltava molto perplesso, ci guardava come fossimo dei pazzi. Raccontavamo di donne che nella periferia di Milano, andando a fare la spesa, si ritrovavano con i costi aumentati a dismisura e, furenti, decidevano di pagare metà prezzo rispetto alla cifra imposta. Metà prezzo esatto!Il nostro racconto era pura fantasia, ma ci ispiravamo alle lamentele che sentivamo dalle donne per la strada a proposito dell’arbitrio ladresco dei commercianti.Di lì a qualche mese ci rubarono l’idea che avevamo messo in scena nella commedia. La chiave dello spettacolo si ripropose nella realtà con una similitudine impressionante: donne e uomini presero d’assalto due supermercati e pagarono la loro spesa esattamente la metà della cifra che si ritrovarono sullo scontrino. Il nostro copione fu addirittura superato in immaginazione: qualcuno andò via portandosi appresso qualche pacco di riso e qualche bottiglia senza pagare. In molti furono arrestati. Il processo fu istruito in brevissimo tempo. (Dalle note di regia di Dario Fo).
RECENSIONE :
Quando nel lontano 1974 Dario Fo e Franca Rame concepirono e rappresentarono questa commedia le famiglie italiane erano alle prese con il caro vita generato dal fenomeno perverso dell’iperinflazione. Oggi la costante perdita del potere d’acquisto della classe media italiana torna di straordinaria attualità, a causa del rialzo del costo del petrolio e delle speculazioni messe in atto dai commercianti, nel momento dell’introduzione dell’euro. Inoltre i magri bilanci famigliari devono fare i conti con una pesante congiuntura economica, che rende sempre più oneroso il fardello dei mutui ipotecari, nonché con la piaga della delocalizzazione della produzione industriale e l’introduzione del precariato nel mondo del lavoro.
E questo nuovo allestimento, di cui Dario Fo firma unicamente la regia, ripropone come allora la vicenda di alcune casalinghe della periferia di Milano che, non riuscendo più a fronteggiare il rialzo dei prezzi, decidono di fare la spesa al supermercato pagando solo la metà della cifra.
Il palcoscenico diventa pertanto teatro della nostra vita quotidiana, in cui la commedia, pur ricca di situazioni comiche e di divertentissime gag, si rivela anche una coraggiosa denuncia sociale. La forza dell’impianto sta proprio nella lucida alternanza di situazioni assolutamente comiche e scoppiettanti con visioni dolorosamente realistiche, esaltata da interpreti dotati di piacevolissima spontaneità e briosa estrosità. In particolare brillano le stelle di Antonio Catania e Marina Massironi, che costituiscono una coppia di attori ben assortita, dotati l’uno di forte impatto sarcastico e l’altra di scintillante e persino crudele ironia. Nelle loro frasi e nei gesti ristagna un’amarezza acre e pungente mascherata da ridanciana disinvoltura, un acume mordace e sopraffino.
La scenografia è costituita da un’angusta abitazione popolare, su cui si apre e si chiude più volte un ampio pannello in cui è riprodotto Il Quarto Stato di Pellizza Da Volpedo. L’incipit dei due atti è affidato invece a canzoni d’impegno politico tratte dal repertorio storico del regista, la cui denuncia nel dipanarsi della trama mai allenta le maglie della finzione teatrale. Con verve di smaliziata e dissacrante comicità l’anziano premio Nobel ci propone ancora una volta una pièce di teatralità esilarante ed avvolgente che con gioia abbiamo rivisto.
Gian Paolo Grattarola
SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA' FALCONARA MARITTIMA (AN) Via Cavour, 6
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
mercoledì 13 febbraio 2008
mercoledì 16 gennaio 2008
L’AMORE AI TEMPI DEL COLERA
Di Gabriel Garcia Marquez
Una passione che spezza un incantesimo lungo una vita
Un amore romantico e infinito, capace di pazientare, con fede incrollabile, per "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese". Tanto deve infatti aspettare Florentino Aziza, poeta e proprietario della Compagnia Fluviale del Caribe, prima di poter finalmente vedere realizzato il suo sogno con Fermina Daza, la più bella ragazza della Colombia.
In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del film L’amore ai tempi del colera, che il regista inglese Peter Brook ha tratto dal libro omonimo di Gabriel Garcia Marquez, risulterà utile la rivisitazione del testo scritto nel lontano 1985. “Per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”, con incrollabile pazienza, Fiorentino Aziza preserva dall’effetto ossidante del tempo il suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza della Colombia. Questo profondo sentimento, benché ostruito fin da principio dalla volontà del padre di lei e logorato dalla successiva presenza ingombrante ed inaccettabile di un matrimonio contratto dalla giovane con il noto dignitario dottor Juvenal Urbino, sopravvive nella consapevolezza che Fermina sia la donna della sua vita.
Quest’uomo mite e sensibile rivela un’insolita capacità di affidare il proprio sogno ad un’attesa che si rivelerà lunga e dolente. Contro ogni ragionevole aspettativa, egli alimenta la pianta della passione con la linfa preziosa e vitalizzante della speranza, rendendo possibile, attraverso la sua caparbia ostinazione, il conseguimento dell’inaspettata fioritura finale. Quando si ritroveranno, cinquant’anni dopo il loro primo incontro, il giovane poeta smunto e pallido ha evoluto la propria posizione sociale divenendo da semplice telegrafista a titolare della Compagnia Fluviale del Caribe; mentre la ragazza è ormai un’anziana vedova che ha trascorso tutta la vita aderendo teneramente al ruolo di moglie devota e felice.
Le parole che essi pronunciano, i gesti che compiono sono identici a quelli che avrebbero pronunciato o compiuto nel corso di una vita in comune. Il tempo perduto li avvolge con lo stesso splendore e la stessa mestizia, mentre essi compiono l’ultima traversata costeggiando le esistenze che avrebbero potuto vivere.” Perchè avevano vissuto insieme quanto bastava per accorgersi che l’amore era amore in qualsiasi tempo e in qualsiasi parte." Il dispiegarsi di questa affascinante epopea consente all’autore di rivelarsi insuperabile interprete delle contraddizioni dell’assolato mondo del Caribe, disegnando con maestria l’affresco di una terra incantevole, ma fragile teatro di guerre logoranti e di malattie endemiche. Un tassello di storia rievocato attraverso l’atmosfera agrodolce di un ambiente popolato da una variegata coralità di personaggi.
Un paesaggio sensuale, estremo e pittoresco di cui Garcia Marquez riesce a trasmetterci l’intensità dei colori, degli odori e dei sapori con un’impeccabile limpidezza di scrittura. Suggestivo e fatale come in tutti i suoi libri il premio Nobel colombiano costruisce, con una scrittura densa e descrittiva, una porta verso un mondo magico fatto di fiaba e di colore, un racconto che, facendo leva sulla poesia di questa infinita storia d’amore, invoca la necessità di ricercare ostinatamente una dimensione di vita autentica. In un mondo in cui tutto è in vendita questo libro ci ricorda infatti che l’amore è al contrario una conquista che reca con sé il retrogusto amaro della rinuncia e dell’infelicità che noi vorremmo respingere dalle nostre vite poiché ci ricordano la miseria di quanto facciamo.
Gian Paolo Grattarola
G. G. Marquez, L’amore ai tempi del colera, Milano, Mondadori, 2007
Una passione che spezza un incantesimo lungo una vita
Un amore romantico e infinito, capace di pazientare, con fede incrollabile, per "cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese". Tanto deve infatti aspettare Florentino Aziza, poeta e proprietario della Compagnia Fluviale del Caribe, prima di poter finalmente vedere realizzato il suo sogno con Fermina Daza, la più bella ragazza della Colombia.
In occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche del film L’amore ai tempi del colera, che il regista inglese Peter Brook ha tratto dal libro omonimo di Gabriel Garcia Marquez, risulterà utile la rivisitazione del testo scritto nel lontano 1985. “Per cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese”, con incrollabile pazienza, Fiorentino Aziza preserva dall’effetto ossidante del tempo il suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza della Colombia. Questo profondo sentimento, benché ostruito fin da principio dalla volontà del padre di lei e logorato dalla successiva presenza ingombrante ed inaccettabile di un matrimonio contratto dalla giovane con il noto dignitario dottor Juvenal Urbino, sopravvive nella consapevolezza che Fermina sia la donna della sua vita.
Quest’uomo mite e sensibile rivela un’insolita capacità di affidare il proprio sogno ad un’attesa che si rivelerà lunga e dolente. Contro ogni ragionevole aspettativa, egli alimenta la pianta della passione con la linfa preziosa e vitalizzante della speranza, rendendo possibile, attraverso la sua caparbia ostinazione, il conseguimento dell’inaspettata fioritura finale. Quando si ritroveranno, cinquant’anni dopo il loro primo incontro, il giovane poeta smunto e pallido ha evoluto la propria posizione sociale divenendo da semplice telegrafista a titolare della Compagnia Fluviale del Caribe; mentre la ragazza è ormai un’anziana vedova che ha trascorso tutta la vita aderendo teneramente al ruolo di moglie devota e felice.
Le parole che essi pronunciano, i gesti che compiono sono identici a quelli che avrebbero pronunciato o compiuto nel corso di una vita in comune. Il tempo perduto li avvolge con lo stesso splendore e la stessa mestizia, mentre essi compiono l’ultima traversata costeggiando le esistenze che avrebbero potuto vivere.” Perchè avevano vissuto insieme quanto bastava per accorgersi che l’amore era amore in qualsiasi tempo e in qualsiasi parte." Il dispiegarsi di questa affascinante epopea consente all’autore di rivelarsi insuperabile interprete delle contraddizioni dell’assolato mondo del Caribe, disegnando con maestria l’affresco di una terra incantevole, ma fragile teatro di guerre logoranti e di malattie endemiche. Un tassello di storia rievocato attraverso l’atmosfera agrodolce di un ambiente popolato da una variegata coralità di personaggi.
Un paesaggio sensuale, estremo e pittoresco di cui Garcia Marquez riesce a trasmetterci l’intensità dei colori, degli odori e dei sapori con un’impeccabile limpidezza di scrittura. Suggestivo e fatale come in tutti i suoi libri il premio Nobel colombiano costruisce, con una scrittura densa e descrittiva, una porta verso un mondo magico fatto di fiaba e di colore, un racconto che, facendo leva sulla poesia di questa infinita storia d’amore, invoca la necessità di ricercare ostinatamente una dimensione di vita autentica. In un mondo in cui tutto è in vendita questo libro ci ricorda infatti che l’amore è al contrario una conquista che reca con sé il retrogusto amaro della rinuncia e dell’infelicità che noi vorremmo respingere dalle nostre vite poiché ci ricordano la miseria di quanto facciamo.
Gian Paolo Grattarola
G. G. Marquez, L’amore ai tempi del colera, Milano, Mondadori, 2007
mercoledì 19 dicembre 2007
UN LIBRO CONSIGLIATO

SE CONSIDERI LE COLPE ANCHE DEGLI ITALIANI.
Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.
Con Se consideri le colpe compone un libro che è un curioso miscuglio di relazione di viaggio, di diario privato e di romanzo, un liquido di contrasto iniettato nel circuito dei nostri pregiudizi.
Il protagonista di questo racconto tenero e coinvolgente sbarca in Romania apparentemente per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, la condussero ad abbandonarlo con il padre adottivo per inseguire un progetto commerciale stravagante ed una passione amorosa mal riposta.
Ma presto il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione.
Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito li le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di togliere il medioevo dalla testa di questa gente, compra la loro miseria per pochi soldi. Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.
Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu.
Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale.
Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento.
Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione.
Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire.
Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.
Gian Paolo Grattarola
SE CONSIDERI LE COLPE
Di Andrea Bajani
Ed. Einaudi 2007
Andrea Bajani, nato a Roma nel 1975, vive attualmente a Torino. Ha pubblicato “Morto un papa” Ed. Portofranco , “Qui non ci sono perdenti” Ed. Pequod, “Cordiali saluti” Ed. Einaudi, “Mi spezzo ma non mi piego” Ed. Einaudi. Per il teatro è coautore di “Miserabili”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini e “I mercanti di liquore”. Fa parte della redazione di Nazione Indiana, collabora con “La Stampa” e “L’Unità”.
Dopo le sferzanti denuncie dell’inquietante realtà del precariato, e le amare riflessioni sulle dirompenti condizioni sociali dell’opulenza consumistica, Andrea Bajani trova una nuova dimensione comunicativa perlustrando zone d’affetti e d’ombra.
Con Se consideri le colpe compone un libro che è un curioso miscuglio di relazione di viaggio, di diario privato e di romanzo, un liquido di contrasto iniettato nel circuito dei nostri pregiudizi.
Il protagonista di questo racconto tenero e coinvolgente sbarca in Romania apparentemente per assistere ai funerali della madre e per comprendere le motivazioni, che in un lontano giorno della sua infanzia, la condussero ad abbandonarlo con il padre adottivo per inseguire un progetto commerciale stravagante ed una passione amorosa mal riposta.
Ma presto il viaggio a Bucarest di Lorenzo si rivela un accurato espediente per allargare la visuale su di un paese stravolto dalla delocalizzazione, un fenomeno economico dietro al quale si dissimula una nuova forma di colonizzazione.
Gli uomini che atterrano a Bucarest sono in cerca di fortuna. Hanno trasferito li le loro aziende, comprato terreni e fuoristrada ed innalzato capannoni con nomi italiani per mettere le mani su donne e denaro. Sono i nuovi pionieri di un’economia feroce, che non mira alla promozione delle risorse umane ma tende unicamente al loro sfruttamento e che con la presunzione di togliere il medioevo dalla testa di questa gente, compra la loro miseria per pochi soldi. Con i soldi sistemi tutto, i romeni vanno matti per i soldi.
Il protagonista si guarda intorno con un misto di inquietudine e curiosità, osservando con infinita tristezza l’infilata dei capannoni di lamiera, tirati su gli uni accanto agli altri così come l’opprimente presenza del palazzo di Ceausescu.
Bajani incapsula le parole e gli aggettivi in maniera da vivificare gli ambienti narrati, disegnando con estrema leggerezza e con pudore una serie di immagini concrete e pur lievi, sempre avvolte in un’atmosfera molto tenue, riuscendo mirabilmente a gettare un fascio di luce sulle contraddizioni di una terra lontana squassata dall’avido furore di una devastazione morale.
Con ruvido disincanto egli spoglia il mondo delle sue tinte consolatorie, rendendoci digeribile, ancorché non accettabile, la crudeltà umana e le miserie della vita, accomunando la malinconia di un ragazzo che ha perduto la madre tra le voraci fauci dell’egoismo con il silenzio straziante di coloro che vivono di miseria e di risentimento.
Privo di acredine, l’io narrante si rivolge alla madre con un rimpianto nostalgico che nasce da una maniera di osservare il mondo ad un tempo distaccata e partecipe. Reggendo la lanterna dei suoi ricordi si addentra con pazienza e con determinazione nel buio di un’esistenza ricavandone un sentimento di straziante desolazione.
Hai cominciato a partire che ero piccolo. La prima volta è stato un viaggio di piacere, andare a trovare degli amici che avevano tentato la fortuna. Mi avevi disegnato il mondo sopra un foglio, la sera prima, e mi avevi fatto vedere dove andavi. Noi siamo qui, mi avevi detto, e domani io sarò in questo punto quaggiù. Avevi tracciato una riga con un pennarello rosso che partiva da casa e arrivava fin lì. È un ponte, dicevi, è come passare dall'altra parte del fiume. Così sotto il ponte avevamo colorato tutto di blu, avevamo riempito d'acqua l'Europa. Poi il foglio l'avevamo attaccato con lo scotch allo sportello del frigo, e lì è rimasto per gli anni a venire.
Scritto con un linguaggio duro ma poetico il racconto coinvolge profondamente il lettore che viene assorbito da una narrazione che si dipana lenta ed accattivante. E non si può non entrare in sintonia con un autore capace di sedurre con emozionante naturalezza e di commuovere con raffinata essenzialità espressiva.
Gian Paolo Grattarola
SE CONSIDERI LE COLPE
Di Andrea Bajani
Ed. Einaudi 2007
Andrea Bajani, nato a Roma nel 1975, vive attualmente a Torino. Ha pubblicato “Morto un papa” Ed. Portofranco , “Qui non ci sono perdenti” Ed. Pequod, “Cordiali saluti” Ed. Einaudi, “Mi spezzo ma non mi piego” Ed. Einaudi. Per il teatro è coautore di “Miserabili”, l’ultimo spettacolo di Marco Paolini e “I mercanti di liquore”. Fa parte della redazione di Nazione Indiana, collabora con “La Stampa” e “L’Unità”.
venerdì 16 novembre 2007
MARGARITA, IL GALLO E LA PROPOSTA INDECENTE
Il 14 ed il 15 novembre è andata in scena al Teatro Rossini di Civitanova Marche la pièce Margarita e il gallo di Edoardo Erba, prodotta dal Teatro Stabile di Firenze. Si tratta di una commedia coinvolgente, piccante ed imprevedibile, più volte rappresentata e premiata ovunque da un largo consenso di pubblico. La regia è curata con grande maestria da Ugo Chiti, mentre da vita ai protagonisti una coppia d’eccezione composta da Maria Amelia Monti, nota ai più per le sue frequenti apparizioni televisive e Gianfelice Imparato appartenente alla grande scuola napoletana. Le scenografie sono curate da Daniele Spisa mentre i costumi da Massimo Poli. Lo spettacolo proseguirà il tour il 16 e il 18 a Fano ove inaugurerà la stagione di prosa del Teatro La Fortuna.
La trama molto ben congeniata da Erba e altrettanto ben gestita dal valido Chiti, grazie alla spontanea disinvoltura della Monti e al talento molto comunicativo di Imparato, offre spunti di approfondita riflessione non disgiunti tuttavia da momenti di divertimento a tratti perfino esilarante.
Al centro della trama vi è lo spregiudicato progetto di Annibale, tipografo vessato da difficoltà finanziarie, di concedere le virtù della moglie Bianca ed in particolare l’altera parte, ossia il deretano, al Visconte Morello pur di ottenere lavoro a corte, ricorrendo alla compiacente mediazione di un chierico cialtrone ed ambiguo. Benché il maldestro commercio urti contro l’indisponibilità della donna, corsa al capezzale della madre improvvisamente ammorbata, la vena truffaldina dell’uomo tuttavia non si piega e decide di sostituire la consorte con la serva. Questa, dopo aver compreso che dovrà essere lei a concedere il sacro pertugio al Morello, ricorrendo con scaltrezza ad atti di stregoneria, inscena un paradossale scambio di identità tra lei ed il tipografo con cui Edoardo Erba ricrea stile e situazioni della commedia degli equivoci tipicamente cinquecentesca.
Pur marezzato da trame boccaccesche lo spettacolo si mantiene costantemente all’interno del decoro linguistico e del gustoso doppio gioco, immergendoci in un’atmosfera di ironia acuta e divertente. E anche quando la matassa si avviluppa e la scena assume i colori oscuri ed inquietanti del rito magico si ha la sensazione che lo spettacolo possa solo deflagrare in aperta farsa.
Chiti dal canto suo mette in evidente contrapposizione il dotto linguaggio della corte fiorentina con il dialetto lombardo della contadina Margherita e caratterizza in maniera vivace sia la leggerezza truffaldina del tipografo che la saggezza popolare della servetta. In tal modo senza venire meno ai topos tradizionali dell’impianto classico del testo, conferisce alla pièce quel tratto di modernità fatta di fugaci incursioni nel vaudeville che la rende maggiormente gradevole al pubblico. E questo fino ad oggi si è divertito ed ha applaudito con convinzione nel finale a lieto fine.
Gian Paolo Grattarola
16.XI.2007
MARGARITA E IL GALLO
Di Edoardo Erba
Regia di Ugo Chiti
Attori :
Maria Amelia Monti,
Gianfelice Imparato,
Franco Barbero,
Francesco Meoni
Giulia Weber
Teatro Rossini di Civitanova Marche (MC)
14.XI.2007 / 15.XI.2007
Teatro La Fortuna di Fano (PU)
16.XI.2007 / 18.XI.2007
La trama molto ben congeniata da Erba e altrettanto ben gestita dal valido Chiti, grazie alla spontanea disinvoltura della Monti e al talento molto comunicativo di Imparato, offre spunti di approfondita riflessione non disgiunti tuttavia da momenti di divertimento a tratti perfino esilarante.
Al centro della trama vi è lo spregiudicato progetto di Annibale, tipografo vessato da difficoltà finanziarie, di concedere le virtù della moglie Bianca ed in particolare l’altera parte, ossia il deretano, al Visconte Morello pur di ottenere lavoro a corte, ricorrendo alla compiacente mediazione di un chierico cialtrone ed ambiguo. Benché il maldestro commercio urti contro l’indisponibilità della donna, corsa al capezzale della madre improvvisamente ammorbata, la vena truffaldina dell’uomo tuttavia non si piega e decide di sostituire la consorte con la serva. Questa, dopo aver compreso che dovrà essere lei a concedere il sacro pertugio al Morello, ricorrendo con scaltrezza ad atti di stregoneria, inscena un paradossale scambio di identità tra lei ed il tipografo con cui Edoardo Erba ricrea stile e situazioni della commedia degli equivoci tipicamente cinquecentesca.
Pur marezzato da trame boccaccesche lo spettacolo si mantiene costantemente all’interno del decoro linguistico e del gustoso doppio gioco, immergendoci in un’atmosfera di ironia acuta e divertente. E anche quando la matassa si avviluppa e la scena assume i colori oscuri ed inquietanti del rito magico si ha la sensazione che lo spettacolo possa solo deflagrare in aperta farsa.
Chiti dal canto suo mette in evidente contrapposizione il dotto linguaggio della corte fiorentina con il dialetto lombardo della contadina Margherita e caratterizza in maniera vivace sia la leggerezza truffaldina del tipografo che la saggezza popolare della servetta. In tal modo senza venire meno ai topos tradizionali dell’impianto classico del testo, conferisce alla pièce quel tratto di modernità fatta di fugaci incursioni nel vaudeville che la rende maggiormente gradevole al pubblico. E questo fino ad oggi si è divertito ed ha applaudito con convinzione nel finale a lieto fine.
Gian Paolo Grattarola
16.XI.2007
MARGARITA E IL GALLO
Di Edoardo Erba
Regia di Ugo Chiti
Attori :
Maria Amelia Monti,
Gianfelice Imparato,
Franco Barbero,
Francesco Meoni
Giulia Weber
Teatro Rossini di Civitanova Marche (MC)
14.XI.2007 / 15.XI.2007
Teatro La Fortuna di Fano (PU)
16.XI.2007 / 18.XI.2007
mercoledì 7 novembre 2007
SUGGESTIONI BAROCCHE
Dopo aver apprezzato il concerto del 20 u.s. eseguito al Teatro Le Muse di Ancona dall’ Accademy of S, Martin, che ho avuto modo di recensire in un mio articolo precedente, desidero proporre alcune riflessioni suggerite dal confronto con le esecuzioni dell’altrettanto celebre ensemble The English Concert.
Mi corre l’obbligo di premettere che al di là dei rispettivi meriti che hanno accreditato entrambe le orchestre di un larghissimo credito presso il pubblico internazionale affine a questo genere musicale, ritengo che l’ascolto di esecuzioni che utilizzino solamente strumenti d'epoca riesca a trasmettere suggestioni emotive più intense, ricostruendo l'atmosfera barocca mediante una sonorità più fedele e aderente al contesto evocato.
Come ho avuto modo di accennare nel mio precedente articolo, l'Accademy of S.Martin in the fields nel tempo ha abdicato a questa originaria vocazione, uscendo dagli angusti canoni interpretativi della musica barocca, per contaminare o arricchire - dipende dal punto di osservazione - il proprio repertorio non solo con esecuzioni della tradizione romantica ma addentrandosi perfino nel più recente contesto del Novecento. L'inserimento nel concerto a cui ho assistito della composizione Aurora per orchestra d'archi di Thea Musgrave del 1999 ne è la conferma più evidente.
Ben altro percorso filologico è stato invece quello perseguito dal rinomato ensemble The English Concert, sia nel corso dell’intenso trentennio sapientemente diretto da Trevor Pinnock, che sotto la conduzione più sorniona di Andrew Manze, concentrando la propria attività esclusivamente nell'interpretazione della musica barocca e classica sugli strumenti d'epoca. Mentre sir Neville Marrinner, pur avendo ceduto il podio ad una conduzione fin qui caratterizzata dall'alternanza di numerosi maestri, ha conservato per sé il ruolo di presidente onorario; Trevor Pinnock è ritornato alla sua prima vocazione di clavicembalista, ottenendo straordinari riconoscimenti in tutto il mondo sia come solista che collaborando talvolta con le orchestre più prestigiose.
Attualmente, dopo il periodo non felice di Manze, l'English Concert è stata affidata all'eccellente Harry Bicket, che auspico possa conferirle un piglio più brillante rispetto al suo pur lodevole predecessore.
Mentre trovo encomiabile che Pinnock alla veneranda età di oltre sessant’ anni nel corso della scorsa stagione concertistica abbia riproposto in varie sale europee l’esecuzione integrale dei Concerti Brandeburghesi di Bach e per questo progetto abbia costituito lo “European Brandenburg Ensemble”, un nuovo gruppo composto dai migliori musicisti che ha incontrato nella sua lunga carriera.
Dell' English Concert, sotto la sua inarrivabile direzione, conservo moltissime incisioni, tra cui i concerti per organo di Haendel in Fa maggiore HWV 295, in Sol minore HWV 291, in Re minore HWV 309 e in Sol minore HWV 310 che considero del suo repertorio il CD preferito.
Esattamente un anno fà, il 3 novembre 2006, ho avuto il raro privilegio di assistere al Teatro Sperimentale di Ancona ad un suo concerto in veste di solista, in cui ha eseguito di Bach la Toccata in Re magg. BWV 912, la Suite Francese n° 5 BWV 816, e il Concerto italiano, nonché la Toccata in La minore suite di Froberger e il “Mein junges Leben hat ein End" di Sweelinck, rivelando di possedere un'inalterata esuberanza artistica, che lascia trasparire sempre leggerezza, disincanto, ma soprattutto un inesauribile piacere di fare musica.
Gian Paolo Grattarola
martedì 23 ottobre 2007
ACCADEMY OF S. MARTIN IN THE FIELDS

Michel Collins, direttore e solista
Aula Magna di Ateneo “Guido Bossi”
Ancona 21.X.2007
Aula Magna di Ateneo “Guido Bossi”
Ancona 21.X.2007
Benché possegga una fornitissima discografia dell’Accademy Of S. Martin in the fields da lungo tempo anelavo ad assistere ad un loro concerto dal vivo. Da diversi anni ormai ne ascoltavo le innumerevoli incisioni, rendendomi vulnerabile alla bellezza celestiale delle sue esecuzioni. Ebbene domenica scorsa, grazie al provvidenziale contributo della prestigiosa Associazione Amici della Musica di Ancona che è riuscita a coinvolgere l’orchestra nel programma della stagione concertistica appena iniziata, ho avuto il raro privilegio di vedere coronato questo mio sogno.
Com’è noto l’Accademia, pur avendo preso le mosse a Londra nel 1958 da un ridotto complesso da camera, si è ormai accreditata come una delle orchestre più celebri in ogni angolo del mondo, raggiungendo una posizione di elevato prestigio per via dei suoi frequenti ed ambiti riconoscimenti in campo internazionale.
Dopo aver contribuito in maniera fondamentale al rilancio della musica del periodo barocco, nel corso del tempo ha diversificato la sua proposta musicale spaziando da Bach a Mozart, da Haydn a Brahms, da Von Weber a Stravinsky. Sir Neville Marrinner è ormai asceso al ruolo di Presidente onorario e quello che è stato per un lungo periodo di tempo il suo posto di direttore è stato assunto in questa circostanza dall’insigne clarinettista Michael Collins noto, al di là della sua lunga carriera costellata di ampi riconoscimenti di critica, per i suoi recenti concerti per clarinetto di Mozart con la Russian National Orchestra e di Beethoven nella sapiente trascrizione di Michael Pletnev.
Il programma della serata si è aperto con la sinfonia in Mi minore, funebre di Haydn, strutturato in quattro movimenti : Allegro con brio, Minuetto, Adagio, Presto. Dopo l’attacco brioso e veloce dei primi due movimenti l’Adagio ci ha condotto in un clima di più lieve respiro consentendo all’opera di prendere respiro in attesa del brillante Finale, in cui la sonorità si dispiega in tutta la sua drammatica sonorità resa ancora più efficace dall’impiego congiunto di fiati, oboi, corni ed archi.
A fronte di una struttura apparentemente caratterizzata da una costante progressione dinamica, la sinfonia si mantiene lungo tutto il suo percorso in un clima di raffinata dolcezza e non esonda mai dagli argini rassicuranti di una melodia intima e commossa a cui non risulta estranea nemmeno la tensione con cui si conchiude nel Finale. Al pubblico non resta che prodigarsi in un convinto e prolungato applauso che tuttavia non dipana il mistero di quell’attributo Funebre che mal si concilia al respiro della partitura.
Di minore intensità evocativa si appalesa invece il successivo concerto per clarinetto n. 2 in Mi bemolle maggiore op. 74 di Carl Maria Von Weber articolato in tre movimenti Allegro, Romanza (Andante con moto) e Polacca. Qui l’impiego della massa orchestrale al completo offre un’alternanza di tonalità che si manifesta in frequenti passaggi da situazioni di raffinata compostezza ad altri caratterizzati da una più audace vitalità ritmica. L’intermezzo della Romanza rivela nell’autore un’indubbia vocazione alla scrittura di opere destinate ad una rappresentazione teatrale.
Molto suggestiva invece L’Aurora per orchestra d’Archi composta dalla Thea Musgrave nel 1999, che ben evoca nei toni progressivamente ascendenti del Re il processo di graduale passaggio dall’oscurità al baluginate affiorare dell’alba in un’ aura di rasserenante lucentezza in cui la nota conclusiva del Sol apre uno scenario di luminoso trionfo.
Collins si congeda dal pubblico con la Serenata per archi op. 22 in Mi maggiore di Dvorak costituita da ben cinque movimenti : Moderato, tempo di Valse, Scherzo vivace, Larghetto e Finale allegro vivace. Si tratta di una composizione in cui, ad eccezione del movimento morbido e delicato del Larghetto in La minore, domina un ritmo costantemente incisivo e non privo di note eleganti, che si espande con piena maestria consegnando al pubblico, per la verità non numeroso, la trascrizione di un’opera di indubbio rigore formale.
Gian Paolo Grattarola
Com’è noto l’Accademia, pur avendo preso le mosse a Londra nel 1958 da un ridotto complesso da camera, si è ormai accreditata come una delle orchestre più celebri in ogni angolo del mondo, raggiungendo una posizione di elevato prestigio per via dei suoi frequenti ed ambiti riconoscimenti in campo internazionale.
Dopo aver contribuito in maniera fondamentale al rilancio della musica del periodo barocco, nel corso del tempo ha diversificato la sua proposta musicale spaziando da Bach a Mozart, da Haydn a Brahms, da Von Weber a Stravinsky. Sir Neville Marrinner è ormai asceso al ruolo di Presidente onorario e quello che è stato per un lungo periodo di tempo il suo posto di direttore è stato assunto in questa circostanza dall’insigne clarinettista Michael Collins noto, al di là della sua lunga carriera costellata di ampi riconoscimenti di critica, per i suoi recenti concerti per clarinetto di Mozart con la Russian National Orchestra e di Beethoven nella sapiente trascrizione di Michael Pletnev.
Il programma della serata si è aperto con la sinfonia in Mi minore, funebre di Haydn, strutturato in quattro movimenti : Allegro con brio, Minuetto, Adagio, Presto. Dopo l’attacco brioso e veloce dei primi due movimenti l’Adagio ci ha condotto in un clima di più lieve respiro consentendo all’opera di prendere respiro in attesa del brillante Finale, in cui la sonorità si dispiega in tutta la sua drammatica sonorità resa ancora più efficace dall’impiego congiunto di fiati, oboi, corni ed archi.
A fronte di una struttura apparentemente caratterizzata da una costante progressione dinamica, la sinfonia si mantiene lungo tutto il suo percorso in un clima di raffinata dolcezza e non esonda mai dagli argini rassicuranti di una melodia intima e commossa a cui non risulta estranea nemmeno la tensione con cui si conchiude nel Finale. Al pubblico non resta che prodigarsi in un convinto e prolungato applauso che tuttavia non dipana il mistero di quell’attributo Funebre che mal si concilia al respiro della partitura.
Di minore intensità evocativa si appalesa invece il successivo concerto per clarinetto n. 2 in Mi bemolle maggiore op. 74 di Carl Maria Von Weber articolato in tre movimenti Allegro, Romanza (Andante con moto) e Polacca. Qui l’impiego della massa orchestrale al completo offre un’alternanza di tonalità che si manifesta in frequenti passaggi da situazioni di raffinata compostezza ad altri caratterizzati da una più audace vitalità ritmica. L’intermezzo della Romanza rivela nell’autore un’indubbia vocazione alla scrittura di opere destinate ad una rappresentazione teatrale.
Molto suggestiva invece L’Aurora per orchestra d’Archi composta dalla Thea Musgrave nel 1999, che ben evoca nei toni progressivamente ascendenti del Re il processo di graduale passaggio dall’oscurità al baluginate affiorare dell’alba in un’ aura di rasserenante lucentezza in cui la nota conclusiva del Sol apre uno scenario di luminoso trionfo.
Collins si congeda dal pubblico con la Serenata per archi op. 22 in Mi maggiore di Dvorak costituita da ben cinque movimenti : Moderato, tempo di Valse, Scherzo vivace, Larghetto e Finale allegro vivace. Si tratta di una composizione in cui, ad eccezione del movimento morbido e delicato del Larghetto in La minore, domina un ritmo costantemente incisivo e non privo di note eleganti, che si espande con piena maestria consegnando al pubblico, per la verità non numeroso, la trascrizione di un’opera di indubbio rigore formale.
Gian Paolo Grattarola
lunedì 22 ottobre 2007
MISURA PER MISURA, SHAKESPEARE ALLE MUSE DI ANCONA

MISURA PER MISURA
Di William Shakespeare
Con e regia di Gabriele Lavia
Teatro Delle Muse
Ancona 20.X.2007
Si è aperta la stagione di prosa 2007/2008 al Teatro delle Muse di Ancona con la messinscena della dark commedy Misura per Misura di W. SHakespeare nell’allestimento del Teatro di Roma e della Compagnia Lavia.
Ambientato negli antri suburbani di una Vienna truce e corrusca, popolata da una variegata moltitudine di personaggi ambigui in cui regnanti ed impostori, vergini e prostitute, bargelli e carcerati, frati e ruffiani risultano tutti accomunati e coinvolti nella decadenza dei costumi morali, il dramma si avvale della struttura scenografica imponente ed efficace di Carmelo Giammello e della regia innovativa di Gabriele Lavia che conferiscono allo spettacolo un ritmo impressionante e coinvolgente.
Il testo, messo in scena prima di Lavia solo da Cecchi, Squarzina e Ronconi, è basato sulla traduzione di Serpieri che realizza un buon adattamento pur senza privarlo dei necessari effetti dell’immaginifico barocco.
Benché l’opera si presti alla tentazione di mettere molta carne sul fuoco offrendo numerosi spunti di riflessione, il regista privilegia in questo allestimento il tema della rilassatezza dei costumi morali di una società che, sotto la coltre ipocrita del perbenismo, cela un trepidante bisogno di liberare i propri freni inibitori. Pur consapevole di aver a lungo vestito i panni di un padre troppo permissivo, lasciando crescere a dismisura l’erba infestante della licenziosità, Lavia incarna un Duca che è apparentemente un leone ormai troppo vecchio per poter ripristinare l’autorità e predare ogni rea manifestazione.
Ma in verità il suo provvisorio ritiro in convento sotto le mentite spoglie di un frate minore obbedisce ad un desiderio di comprendere da un osservatorio neutrale se la rigida applicazione della legge risulti un antidoto efficace o un meschino tentativo in cui il potere reprime negli altri i propri istinti. Nel temporaneo passaggio di consegne con cui il Duca cede il centro della scena al proprio vicario non è azzardato leggere anche un altrettanto simbolico scambio delle parti che consente a Lavia di offrire al figlio Lorenzo la parte con cui egli debuttò da giovane. E questi lo ripaga con moneta sonante offrendoci un’interpretazione austera e di assoluto rigore formale di quel saggio Angelo apparentemente integerrimo, di costume rigoroso, che sta in guardia contro la malvagità e che ottunde la punta dell’istinto con i godimenti dello spirito incarnando l’ipocrisia delle convenzioni sociali.
Ma il padre, forte della sua maturità artistica si muove sul palco con un’ impareggiabile capacità comunicativa che ha il suo momento culminante nel corso della prima parte del terzo atto nell’esortazione rivolta a Claudio ad accettare la morte contro l’ignobile compromesso morale di cui dovrebbe essere vittima la sorella Isabella.
Claudio e Giulietta legati da un vincolo sposalia per verba de presenti ritenuto legale dalla società del tempo divengono oggetto di un’ingiusta persecuzione a causa dello stato di gravidanza in cui si trova la ragazza, incorrendo nei nuovi rigori della legge che spalancano a Claudio la dolorosa via del patibolo. Da qui prende le mosse tutta una sequenza di accadimenti caratterizzati da una marcata conflittualità, ma anche da generosi slanci altruistici che consentiranno di fare piena luce sull’estrema complessità dell’animo umano a cui non risulterà estraneo nemmeno il Duca, il quale entrerà nel finale in quello stesso cono di luce ambigua sottraendo a sorpresa Isabella dalla sua vocazione religiosa pretendendone la mano.
Le nostre nature perseguono, come ratti che divorano il proprio veleno, una sete maligna e moriamo. Il finale apparentemente a lieto fine, avvolge pertanto il pubblico in un clima di angosciante sconcertazione, che non gli impedisce tuttavia di omaggiare il cast con una serie infinita di ovazioni.
Gian Paolo Grattarola
Di William Shakespeare
Con e regia di Gabriele Lavia
Teatro Delle Muse
Ancona 20.X.2007
Si è aperta la stagione di prosa 2007/2008 al Teatro delle Muse di Ancona con la messinscena della dark commedy Misura per Misura di W. SHakespeare nell’allestimento del Teatro di Roma e della Compagnia Lavia.
Ambientato negli antri suburbani di una Vienna truce e corrusca, popolata da una variegata moltitudine di personaggi ambigui in cui regnanti ed impostori, vergini e prostitute, bargelli e carcerati, frati e ruffiani risultano tutti accomunati e coinvolti nella decadenza dei costumi morali, il dramma si avvale della struttura scenografica imponente ed efficace di Carmelo Giammello e della regia innovativa di Gabriele Lavia che conferiscono allo spettacolo un ritmo impressionante e coinvolgente.
Il testo, messo in scena prima di Lavia solo da Cecchi, Squarzina e Ronconi, è basato sulla traduzione di Serpieri che realizza un buon adattamento pur senza privarlo dei necessari effetti dell’immaginifico barocco.
Benché l’opera si presti alla tentazione di mettere molta carne sul fuoco offrendo numerosi spunti di riflessione, il regista privilegia in questo allestimento il tema della rilassatezza dei costumi morali di una società che, sotto la coltre ipocrita del perbenismo, cela un trepidante bisogno di liberare i propri freni inibitori. Pur consapevole di aver a lungo vestito i panni di un padre troppo permissivo, lasciando crescere a dismisura l’erba infestante della licenziosità, Lavia incarna un Duca che è apparentemente un leone ormai troppo vecchio per poter ripristinare l’autorità e predare ogni rea manifestazione.
Ma in verità il suo provvisorio ritiro in convento sotto le mentite spoglie di un frate minore obbedisce ad un desiderio di comprendere da un osservatorio neutrale se la rigida applicazione della legge risulti un antidoto efficace o un meschino tentativo in cui il potere reprime negli altri i propri istinti. Nel temporaneo passaggio di consegne con cui il Duca cede il centro della scena al proprio vicario non è azzardato leggere anche un altrettanto simbolico scambio delle parti che consente a Lavia di offrire al figlio Lorenzo la parte con cui egli debuttò da giovane. E questi lo ripaga con moneta sonante offrendoci un’interpretazione austera e di assoluto rigore formale di quel saggio Angelo apparentemente integerrimo, di costume rigoroso, che sta in guardia contro la malvagità e che ottunde la punta dell’istinto con i godimenti dello spirito incarnando l’ipocrisia delle convenzioni sociali.
Ma il padre, forte della sua maturità artistica si muove sul palco con un’ impareggiabile capacità comunicativa che ha il suo momento culminante nel corso della prima parte del terzo atto nell’esortazione rivolta a Claudio ad accettare la morte contro l’ignobile compromesso morale di cui dovrebbe essere vittima la sorella Isabella.
Claudio e Giulietta legati da un vincolo sposalia per verba de presenti ritenuto legale dalla società del tempo divengono oggetto di un’ingiusta persecuzione a causa dello stato di gravidanza in cui si trova la ragazza, incorrendo nei nuovi rigori della legge che spalancano a Claudio la dolorosa via del patibolo. Da qui prende le mosse tutta una sequenza di accadimenti caratterizzati da una marcata conflittualità, ma anche da generosi slanci altruistici che consentiranno di fare piena luce sull’estrema complessità dell’animo umano a cui non risulterà estraneo nemmeno il Duca, il quale entrerà nel finale in quello stesso cono di luce ambigua sottraendo a sorpresa Isabella dalla sua vocazione religiosa pretendendone la mano.
Le nostre nature perseguono, come ratti che divorano il proprio veleno, una sete maligna e moriamo. Il finale apparentemente a lieto fine, avvolge pertanto il pubblico in un clima di angosciante sconcertazione, che non gli impedisce tuttavia di omaggiare il cast con una serie infinita di ovazioni.
Gian Paolo Grattarola
Iscriviti a:
Post (Atom)